xprossimita
x150anni
xeuricse
xminiatura4.JPG
xatlante
xminiatura3.JPG
xminiatura2.JPG
xminiatura1.JPG

facebook
twitter
linkedin
ProfiloTWIR

I Nostri Contatti

Il Consorzio

Tel +39 0121377584
Fax +39 0121371342
Mail info@ideeinrete.coop 


Partita IVA 07543941004​

Sede legale: Piazza Buenos Aires 5 - 00198 Roma
Sede amministrativa: Piazza Terzo Alpini n.1 - 10064 Pinerolo (TO)​

 

 

© Copyright 2019 Idee in Rete. Tutti i diritti riservati​  Privacy Policy

Fuori Tema

22/11/2015, 07:46



La-cooperazione-autentica-dopo-il-sacco-di-Roma


 Quanta tristezza e amarezza



Quanta tristezza e amarezza nel vedere sui giornali il nome della cooperazione sociale associato ad episodi di gravissima illegalità! Cooperatori che danno soldi a persone con ruoli pubblici per assicurarsi commesse; e questo, per di più, non in una singola occasione, ma come sistema per condizionare in modo permanente la destinazione di risorse pubbliche. 

Certo che si tratta di mele marce in un sistema sano, che i giornali ci ricamano sopra - quando si tratta di cooperative ciò viene rimarcato quasi il misfatto fosse legato all’essere cooperativa, mentre a nessuno verrebbe in mente che se una s.r.l., una s.p.a. o una s.a.s. corrompe qualcuno ciò sia legato alla sua natura giuridica di tali imprese -, certo che vi è un fastidiosissimo moralismo che da anni viene utilizzato contro chi opera nel sociale, sintetizzato da frasi quali "prendono soldi pubblici per assistere minori", "il business degli immigrati", quasi che essere pagati per lavorare, tra mille sacrifici, a favore dei più deboli sia di per sé deprecabile.

Certo che alle tante cooperative dove dirigenti e lavoratori da mesi si privano del necessario per poter accogliere minori arrivati sulle nostre coste per i quali le istituzioni pagano con drammatico ritardo, sentir dire che gli immigrati fanno guadagnare più della droga fa ribollire il sangue. E si potrebbe continuare a lungo su distorsioni di questo tipo. 

Ma accanto a ciò, qualche riflessione - accanto a quelle, del tutto opportune e condivisibili del presidente di Federsolidarietà Guerini - è opportuno farla.

La prima è che la cooperazione sana non deve avere rapporti - nemmeno leciti, come un finanziamento legalmente dichiarato - che possano in qualsiasi modo rimandare ad uno scambio con la politica. Non deve sostenere l’uno o l’altro politico, non deve essere collettore di orientamenti dei propri soci o lavoratori; deve mantenere un rapporto autonomo e autorevole, interloquire facendosi portatrice di una visione del mondo e di esigenze sociali. La cooperazione "non è politica", vive del fare bene il proprio lavoro e non di rapporti con amministratori pubblici, interloquisce con le istituzioni sulla base di finalità sociali comuni - ne parleremo in questo numero - e non per scambiare private utilità. Interloquisce con la politica per sostenere le ragioni della solidarietà e non gli interessi particolari. Il discrimine? Mai offrire nulla alla politica se non il lavorare per il bene comune: mai soldi, nemmeno leciti, mai voti (anzi se un presidente si disinteressa proprio di chi votano i propri soci o lavoratori fa solo bene). 

La seconda è che la cooperazione sana deve essere anche distante da un certo rampantismo che ha sostituito la capacità di cambiamento sociale con il successo di impresa. L’eccellenza imprenditoriale è una cosa positiva, ma il successo non può essere il termine. Anzi, i grafici in meravigliosa e innaturale crescita non devono giustificare nulla. La capacità di chiudere accordi spregiudicati, di farsi largo sgomitando, non possono appartenere al nostro mondo. Non può, non deve esserci nessuno sguardo compiacente e tollerante verso la logica che "gli affari sono affari", che "si sa come va il mondo" e chi vince ha sempre ragione.

Certo tutti ignoravano gli aspetti criminali che riguardano la cooperativa 29 giugno, ma basta una ricerca internet per rendersi conto di quanto essa, a partire dal suo successo imprenditoriale, è stata portata in più sedi come esempio positivo da imitare. Ora, ci si domanda, in che misura si accorda visibilità mediatica e onori sulla base del successo nel business, mantenendo nell’anonimato migliaia di cooperative con prodotti sociali encomiabili? In quante occasioni, nei mesi scorsi, si è guardato con sufficienza, come ricorda Beppe Guerini, sulle "nostre cooperativette sociali", per ammiccare ad un modello di sviluppo che santifica i "grandi imprenditori" considerando ogni riferimento all’etica come un rimasuglio del passato? 

E quindi l’idea di un "codice etico" - non necessariamente lo stesso di 20 anni fa, ma aggiornato nei contenuti, mantenendo un forte richiamo al fatto che i comportamenti imprenditoriali debbano essere orientati a principi etici - per cui Federsolidarietà è stata da tanti ritenuta "eccentrica", è così fuori luogo? 

Certo, i codici non garantiscono nulla, ma l’illegalità si nutre spesso di scarsa sensibilità sistemi di valori e di comportamento - quali quelle sopra accennate rispetto ai rapporto con la politica e con il mercato - che laddove diventano legittimati e non contrastati prendono pericolosamente piede. 

Questa fase è delicata. Non mancherà chi si farà forza nell’affermare che "in fondo sono tutti uguali" e che dunque cooperazione e impresa privata, profit e non profit, tutti insomma sono la stessa cosa; e inevitabilmente si è regalata una formidabile a chi ogni giorno si scaglia contro le ragioni della solidarietà, dicendo che in fondo si tratta solo di far guadagnare qualche soggetto amico. E non mancherà chi scriverà che gare, appalti, ribassi, sono i metodi oggettivi e sicuri per evitare favoritismi.

Un rimedio quasi peggiore del male, che nasce dall’incapacità di distinguere tra lavoro comune per l’interesse generale e accordi innominabili per mutui vantaggi privati.

E questo proposito, il caso ha voluto che questo numero di NotzieInRete, centrato su una buona prassi di partenariato tra cooperazione e enti locali, uscisse in questo contesto, in un momento in cui parlare di partenariato tra cooperazione e istituzioni potrebbe sembrare fuori luogo. 

Era certo prudenza parlare d’altro.

Ma non è questa la scelta che si è fatta, nella convinzione che non sia la competizione l’elemento di garanzia - molto spesso le peggiori cose si sono fatte in occasione di appalti - ma la capacità di instaurare rapporti collaborativi con la parte più autentica del terzo settore.



1

Developed by èbbene comunicazione di prossimità

Create a website