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Cooperazione

30/01/2016, 07:23



Quattro-sfide-per-la-cooperazione-sociale


 Compiuti i primi 20 anni di attività



Compiuti i primi 20 anni di attività, cogliamo l’occasione per riflettere brevemente sulle molteplici esperienze realizzate in questo periodo di tempo e nei due decenni precedenti, consapevoli che la nostra storia - e quella della cooperazione sociale nel suo complesso - non inizia nel 1995, ma nei primi anni ’80 del Novecento, quando i movimenti per il cambiamento, già attivi e protagonisti a partire dall’anno simbolo ’68 e poi nel corso di tutti gli anni ’70, perdono rapidamente i loro spazi di agibilità politica, a seguito di una sostanziale sconfitta sul campo.

E’ proprio a partire dalla perdita di spazio di agibilità politica che le energie di quei movimenti si riversano in altri contesti, come la riscoperta della - fino ad allora bistrattata - dimensione privata, e verso altri obiettivi, come l’allora nascente ambientalismo, ed il pacifismo (ancorché coniugati di prevalenza nella forma oppositiva: contro le centrali nucleari, contro gli euromissili..., ma anche aperti a nuove modalità costruttive, quali il ritorno alla terra e all’agricoltura non industriale) e, per quanto qui maggiormente ci interessa, l’azione per il cambiamento sociale, non solo volta alla costruzione di modelli teorici alternativi, ma anche, e soprattutto, costruire alternative concrete. In altre parole, ciò che già ha avuto avvio, in precedenza, come attività politica contro le istituzioni totali (manicomi, carceri, caserme, orfanatrofi) diventa azione concreta nei territori urbani, diretta a risollevare persone e fasce di popolazione dalle condizioni di disagio causate dai fattori più diversi (economici, sanitari o culturali). Da un primo fiorire di scuole popolari, laboratori di animazione, gruppi teatrali di avanguardia, via via si organizzano forme di intervento sociale più basilari e quotidiane, quali le prime comunità familiari per minori, i centri socioeducativi, le comunità per la cura del disagio psichiatrico, le attività di inserimento lavorativo.

È a questo punto (variamente databile, nel corso del decennio ’80) che nascono le cooperative sociali come supporto organizzativo e societario a quelle attività, avviate per lo più inizialmente in forma volontaristica e progressivamente trasformate in professionali, proprio per la loro nuova natura "quotidiana" e tale da richiedere impegni a tempo pieno. Tipicamente, una primissima fase sperimentale è sostenuta dagli obiettori di coscienza al servizio militare, che mettono a disposizione i loro 12- 20 mesi di servizio civile e supporti organizzativi ed economici complessi e non più gestibili con le modalità leggere dell’impegno volontario.

In tal modo, la cooperazione sociale diventa rapidamente il luogo per eccellenza produttore e realizzatore di idee e sperimentazioni nell’ambito dei servizi sociali, affrontando una prima ’sfida’, quella di costruire un nuovo sistema di servizi per le fasce svantaggiate, in forte partnership con gli enti locali, che investono - non solo le risorse economiche, ma anche le loro migliori competenze tecniche. Si tratta di un sistema innovativo e rivolto allapersona come tale, e non più all’istituzione totale come interprete assoluta dei bisogni della persona in difficoltà.

Questa prima fase pionieristica culmina con l’approvazione della legge 381 del 1991, che ’fotografa’ e norma la situazione così come si è venuta a creare, costituendo la nuova fattispecie di società ’cooperativa sociale’ e riconoscendole lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso:

la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi;lo svolgimento di attività diverse finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art 1).


Una seconda sfida si presenta nel Decennio successivo, quando le risorse ’scarse’ (e quindi più preziose) passano dalle capacità tecniche e di innovazione (quelle che hanno caratterizzato il primo periodo) ad essere puramente economiche, introducendo una problematica sconosciuta fino ad allora: la sostenibilità economica dell’attività sociale in un contesto di spesa pubblica in progressiva e costante diminuzione.

Lì si colloca la nascita del Consorzio Agorà, come risposta organizzativa ed imprenditoriale alla necessità di coniugare l’offerta di servizi alla persona, segnatamente quella in condizioni di disagio, con l’esigenza ormai imprescindibile di avere un’organizzazione capace di supportarne la gestione via via più complessa e la necessaria quadratura dei bilanci. Scelta inusuale, all’epoca, e destinata a destare scalpore e non pochi malumori nell’ambiente ancora legato a modelli meno complessi, dove la componente ideologica si pone talvolta come sovrastruttura ad appesantire la connaturata componente etica ed ideale...

Sta tutta qui l’intuizione originaria e fondativa di Agorà, nella necessità cioè di aggregare cooperative attive e vitali non per la semplice condivisione di alcuni servizi all’impresa, ma anche e soprattutto per la costituzione di un gruppo compatto capace di politiche imprenditoriali unitarie - non ultime l’organizzazione e la gestione dei servizi offerti e la gestione delle risorse economiche e finanziarie- in grado pertanto di confrontarsi con un mercato dei servizi - che proprio allora si stava delineando con la forza aggregata e coesa dei soggetti consorziati.

La progressiva contrazione del welfare e delle risorse dedicate, il taglio della spesa per il welfare in particolare negli enti locali, la crisi economica generata dagli eventi del 2008 pongono la cooperazione sociale di fronte a una terza sfida, quella cioè di offrire, accanto ad una gamma di servizi di qualità - ed in costante evoluzione e innovazione - e nel rispetto delle esigenze di sostenibilità economica, anche consistenti opportunità di lavoro, garantendone sia i diritti giuslavoristici sia le potenzialità di crescita umana e professionale. Viene recuperata qui la dimensione originaria della cooperazione tout court, quella cioè di aggregare allo scopo di offrire opportunità lavorative, all’interno di un contesto partecipativo e democratico, dove il profitto è strumento funzionale da reinvestire e non obiettivo da perseguire come primario dell’azione imprenditoriale, mentre primari rimangono invece gli obiettivi mutualistici, cioè l’offerta di lavoro e servizi.

In tal modo, le risorse economiche seppure limitate, fornite dal pubblico ai soggetti del terzo settore conseguono il duplice obiettivo di mettere a disposizione servizi di qualità per persone in condizioni di disagio e, nel contempo, di offrire massicce opportunità occupazionali (in una coop sociale mediamente il costo del lavoro assorbe circa l’80 per cento dei fatturati) in un contesto economico segnato dalla sempre più marcata diminuzione del lavoro e dei suoi diritti, evitando, per la natura etica della cooperazione sociale, le scorciatoie brevi del lavoro non garantito e precario, in favore del rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori (e quindi dei contratti collettivi, del tempo indeterminato, delle politiche di welfare aziendale ecc..).

Oggi una quarta sfida si presenta di fronte alle nostre organizzazioni, quella cioè di essere in grado di offrirsi come modello di impresa economica anche per settori diversi dal nostro, forti dall’aver sperimentato come la gestione condivisa e partecipata (pur nel contesto di organizzazioni strutturate) il rispetto di diritti del lavoro, di una dimensione etica dell’agire economico, e segnatamente l’orientamento non centrato sul profitto possano garantire importanti successi imprenditoriali (quali ad esempio la sopravvivenza ad una crisi che sta mettendo in forte difficoltà così tanti soggetti economici, e la salvaguardia dei livelli occupazionali, ma anche la capacità di competere e superare, a livello tecnico-professionale, organizzativo e di mercato, non pochi soggetti privati).

In questa direzione, le società cosiddette di ’quarto settore’ negli States (es: Patagonia Corporate e la sua Corporate Responsibility) o le esperienze nostrane di responsabilità sociale di impresa e di welfare aziendale sembrano già cogliere gli aspetti più salienti dell’esperienza di economia etica sperimentata dal terzo settore: ma tutto un mondo imprenditoriale si sta affacciando a questi temi, e nel futuro più prossimo non potrà sottrarsi dal confrontarsi con esso. E noi, avremo più di qualcosa da dire al riguardo.





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