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07/07/2018, 11:01



Migrazioni,-come-riannodare-i-fili


 Riflessioni e pensieri



Dubbi

Preliminarmente, un dubbio: se scriveredi migranti, anche quando si sostengano tesi opposte a quelle governative, siagià una vittoria di Salvini, il cui maggior risultato è stato porre il tema alcentro del dibattito pubblico come chiave per interpretare le sofferenze degliitaliani, dall’insicurezza alla mancanza di lavoro, dall’identità culturalealla povertà. Perché se a fronteggiarsi sono in questa visione contraffatta, dauna parte le ragioni della solidarietà e dall’altra una qualche necessità impellentedi una popolazione affaticata da anni di crisi - avere meno reati, menomendicanti, meno terroristi, ecc. - le prime sono perdenti in partenza: bollatefacilmente come radical chic, lussiintellettuali di chi si può permettere di essere solidale perché agiato, da contrapporre,nella narrazione governativa, al "popolo" che già ne ha poco per sé enon può fare a mezzo con altri; quindi prima gli italiani.

La narrazione distorta

È questo, un rischio cui si espongono tutti coloro che riaffermano leragioni della solidarietà, in questa narrazione distorta. Distorta perché nellarealtà l’effettiva entità dei maggiori problemi degli italiani - la mancanza dilavoro, un sistema di protezione sociale che lascia le famiglie dolorosamentesole a fronte di rischi comuni come l’invecchiamento di un genitore, le millefatiche burocratiche a svolgere le attività quotidiane e quelle di impresa evia dicendo - c’entrano poco o nulla con la presenza di migranti, sono problemitutti italici che affondano le loro radici in antichi vizi del nostro Paese;ma, appunto, la narrazione distorta imposta dal Governo allude al fatto chetali problemi siano causati o accentuati dalla presenza di stranieri, rendendoogni appello alla solidarietà inefficace. Poco conta chele analisi serie dicano tutt’altro sia dal punto di vista economico sia previdenziale non è questo al centro del dibattitopubblico.

Il resto viene da sé. Se la solidarietàè il lusso di ricchi sfaccendati, anche gli appelli come quello di un anno fadi Padre Alex Zanotelli, che ben ricostruisce le radici deifenomeni migratori e delle fughe dai conflitti, rischiano di perdersi nelnulla, tra il disinteresse della stampa e il corollario naturale dellanarrazione precedente: "loro stanno meglio di noi", sono "palestrati","hanno il cellulare": e quindi è necessario un governo che"faccia finire la pacchia".

L’Europa. E l’Italia

Questo vento, come è noto, interessatutta l’Europa. La sostanziale sconfitta della posizione italiana, con buonapace delle dichiarazioni del nostro premier, è un segnale allarmante. Aprescindere dalle origini xenofobe delle posizioni del nostro Governo, larichiesta di superare Dublino e condividere le responsabilità sull’accoglienzaa livello comunitario è del tutto ragionevole e coerente con lo spiritocomunitario. Ma purtroppo il vento dell’irrazionalismo spira in tutto ilcontinente ed è difficile per qualsiasi Governo fare dei passi avanti su questotema.

L’Italia fa bene ad irritarsi; potrebbeanche però iniziare a praticare la condivisione a casa propria, superandodefinitivamente la volontarietà dell’accoglienza da parte dei comuni, che creala doppia distorsione dei comuni - magari governati da esponenti dello stessocolore politico di chi reclama l’assunzione di responsabilità diffuse in Europa- che rifiutano l’accoglienza e comuni che al contrario ne colgono ilpossibile business scegliendo di ospitare centri di grandidimensioni.

Quelli che c’erano prima

Se oggi il razzismo dissimulato dietroad una narrazione "popolana" (cosi si definiva il capostipiteleghista: "non siamo popolari, siamo popolani!", diceva anni fariferendosi ad una formazione politica erede della DC) va per la maggiore,quelli che c’erano prima ci hanno messo del loro da due punti di vista.

Primo, l’universalmente stimato Minnitiaveva sdoganato un anno fa il concetto che per difendere le costedall’invasione nera si possa tollerare e sostenere la reclusione dei migrantiin campi di concentramento in Libia; con che credibilità, oggi, quella partepolitica può attaccare l’attuale Governo? Solo perché fa in modo più deciso edesplicito quello che già lei faceva un anno fa, seguendo lo stesso principio?

Secondo, circa l’organizzazionedell’accoglienza in questi anni vi sono molti aspetti discutibili. E non ci siriferisce tanto agli scandali, pure gravissimi, a chi lucra sui disperatisistemandoli in condizioni estranee alla dignità umana; ma ad un modello diaccoglienza che va ripensato e rilanciato a partire da alcune esperienze digrande valore, frutto generalmente dell’incontro tra amministrazioni localiavvedute e le parti migliori del mondo cooperativo. Un modello di accoglienza,quest’ultimo, che già include in sé un principio di integrazione.

Da dove ripartire

Da dove ripartire quindi? Dallaresponsabilità, individuale e collettiva, di lavorare ciascuno nel proprioambito per ricostruire una diversa narrazione basata sulla buonaaccoglienza possibile, che non può prescindere da alcuni punti fermi:

l’accoglienza deve essere diffusa: nessuna grande concentrazione, nessun Comune che venga meno alle proprie quote e nessuno che si prenda quote altrui; nessun luogo di accoglienza con più di una decina di persone insieme: 2 / 3 persone ogni mille abitanti sono sostenibili da tutti, senza impatti distorsivi sul contesto locale; 
- l’accoglienza deveessere attiva (e qui risiede il principio di integrazione): dopo un primo breve periodo, in nessun caso lagiornata della persona accolta può essere vuota, fatta di permanenze inattivein piazze e pubbliche vie. Che siano attività formative - in primo luogol’apprendimento della lingua - o di servizio alla comunità, chi è accolto deveessere positivamente impegnato nel corso della giornata. Situazioni diversesono degradanti per la persona accolta e generano ostilità tra i cittadini. Alcontrario stili di accoglienza attiva e operosa - fino ai casi di paesi cherinascono, recuperano decoro e attività economiche grazie all’accoglienza - sono riconosciuti come positivi da amministratori locali di ogni colore politico e dalla popolazione.

Siè ben consapevoli che questi semplici due punti non sono affatto facili escontati e che se non sono stati sino ad ora messi in atto non è solo perinerzia e incapacità, ma perché essi richiedono un lavoro attento e impegnativoe un ampio coinvolgimento della società civile, a partire dalla cooperazionesociale e dalle altre organizzazioni di terzo settore. Ma da qui si puòripartire per impostare una diversa narrazione dell’accoglienza, che non debbalimitarsi agli appelli (perdenti) alla solidarietà e all’umanità e che nongiochi solo in difesa basandosi su misure "disumane, ma un po’ meno"rispetto a quelle dell’attuale Governo.

Perché?

La vera sfida non può risiedere neltentativo di mettere in atto azioni tese a disincentivare, arrestare o deviareverso altri lidi un fenomeno che, per sua natura intrinseca, è inarrestabile.Dobbiamo dirla questa verità, smascherando anche lo slogan ipocrita del "bisognaaiutarli a casa loro": a meno che non si voglia coscientementeabbandonare milioni di persone al loro destino di miseria, fame e morte certa(cosa che, di fatto, per molti aspetti stiamo già facendo da decenni), dobbiamocomprendere che nessuno, nemmeno il più sprovveduto e ingenuo degli uomini, siassumerebbe il rischio così alto di un progetto migratorio tanto incerto se nonavesse la consapevolezza che, ciò che si lascia alle spalle, non offre propriopiù nulla, nessun punto di appoggio e nessuna speranza.

La vera sfida consiste nell’assumereresponsabilmente e consapevolmente l’entità e l’ineluttabilità della questione,operando quotidianamente nella costruzione di modelli sostenibili diaccoglienza e integrazione, variabili in base ai singoli contesti in cui siattuano, e narrarli, narrarli continuamente e ostinatamente perché,parafrasando don Peppe Diana, "per amore del nostro popolo (l’umanità),non taceremo". 


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